giovedì 7 dicembre 2017

USA:" L'istruzione, un contratto per servi della gleba"

info dal ventre del mostro :



Nel capitalismo tutto è merce, compresi i diritti fondamentali come l'educazione e la salute. Negli Stati Uniti, coloro che vogliono proseguire gli studi superiori e non sono (molto) ricchi devono contrarre prestiti esorbitanti: il costo di una laurea è di circa 80.000 dollari. Ne deriva, tra l'altro, un indebitamento che molti finiscono per non restituire, cadendo così, come i servi della gleba feudale, nelle mani dei loro creditori.

I prestiti contratti per l'istruzione superiore rappresentano, dopo i mutui per la casa, la maggior parte del debito degli statunitensi. Complessivamente 1,4 miliardi di dollari sono versati alle banche, un valore superiore al debito di tutte le carte di credito degli Stati Uniti e con più zeri rispetto al totale dei prestiti per automobili nel paese. Per decenni, la speculazione finanziaria ha scommesso sul debito degli studenti come se giocasse alla roulette: solo dal 2007 a questa parte, il "credito all'istruzione" è passato dall'1 al 5% del PIL degli Stati Uniti.

E così continua a crescere, insaziabile, insostenibile, incontrollato, come sempre cresce il capitalismo, anche se, ogni giorno, tremila statunitensi vanno in fallimento perché non possono pagare il debito accademico.

Ricordiamo che il costo di una laurea negli Stati Uniti è di circa 80.000 dollari e che, in media, gli ex studenti impiegano 20 anni per saldare questo debito. Nel contempo, incapace di fermare la crescita dei debiti dei lavoratori e il dimagrimento dei salari che permettono di pagare questi debiti, il capitalismo è stato incapace di risolvere ciò che, più che una crisi, è l'essenza della sua stessa natura.

In 19 Stati è stata riscoperta una sorta di oppressione feudale: ai debitori delle banche è vietato lavorare. In questi stati, l'insolvenza di un debito può comportare la revoca definitiva di ogni licenza professionale e persino della patente. Secondo il New York Times, infermieri e insegnanti sono tra i lavoratori più colpiti da queste leggi.
In alcuni di questi stati, come il Tennessee, i debitori devono persino pagare dando in mano agli istituti di credito la loro licenza professionale e prestarsi in modo permanente ad essi, in una edizione moderna della servitù della gleba. In tutti i casi, ai lavoratori che a causa di bassi salari, malattia, disoccupazione o della furbizia di qualche speculatore diventano inadempienti, può essere vietato di vendere la propria forza lavoro, trovandosi quindi impossibilitati a pagare il debito. Un difetto dei modi e delle condizioni imposte dai creditori.
È la trasformazione del sistema educativo in uno strumento di oppressione.

Inutile dire che non si pone una così tremenda spada di Damocle su tutti gli studenti dell'istruzione superiore, senza obiettivi politici più ampi.

 * Questo articolo è stato pubblicato su "Avante!" nº 2296, 30.11.2017


lunedì 4 dicembre 2017

COMUNICATO PRC CONTRO IL GOLPE ELETTORALE IN HONDURAS: SOLIDARIETA’ AL POPOLO HONDUREGNO ED AI MEMBRI DELL’ALLEANZA D’OPPOSIZIONE CONTRO LA DITTATURA



L’Honduras vive dal 2009 un regime instaurato da un golpe di Stato appoggiato dagli Stati Uniti, contro il legittimo presidente costituzionale Mel Zelaya. Un regime da subito riconosciuto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, spietatamente neo-liberale, oligarchico, corrotto e violento. L’Honduras non è un Paese qualsiasi del Centro America. Sin dai tempi della United Fruit, fino agli anni delle basi paramilitari della “contra” antisandinista nicaraguense, il Paese è sempre servito da piattaforma di sostegno alle violente politiche militariste degli Stati Uniti nella regione con la presenza di importanti basi militari di Washington.  
Dopo il primo governo golpista guidato da Roberto Micheletti (di origini bergamasche), i suoi degni successori sono stati Porfirio Lobo e l’attuale presidente Juan Orlando Hernández. Si sono moltiplicati gli omicidi di studenti, giornalisti, dirigenti sociali e politici (uno per tutti quello dell’ambientalista Berta Cáceres), la repressione, il carcere e le minacce verso chi protesta. Nelle recenti elezioni del 26 novembre scorso, il Tribunale Supremo Elettorale (TSE) nel suo primo bollettino aveva annunciato il chiaro vantaggio (del 5%), del candidato Salvador Nasralla, della “Alianza de Oposición contra la Dictadura” su Juan Orlando Hernandez candidato conservatore del Partido Nacional, partito di governo coinvolto nel golpe del 2009.   Col passare delle ore e dei giorni, nonostante il vantaggio di Nasralla, il TSE (controllato dal governo) non ha voluto emettere altri bollettini parziali mantenendo l’incertezza sul risultato e contribuendo così all’aggravarsi del clima di tensione.  A quasi una settimana dal voto, non esiste un risultato definitivo, mentre il TSE aggiudica al Presidente uscente un vantaggio di poco più dell’1%. Ma in questa settimana, ci sono state denunce nei mezzi di comunicazione internazionali e nelle reti sociali relative ai brogli avvenuti per favorire il candidato del Partido Nacional. Tra le altre, l’opposizione ha denunciato il “buco” informatica del TSE misteriosamente inservibile per diverse ore, oltre alla “sospensione” di più di 300.000 voti messi sotto osservazione dal tribunale.  Per questo, l’opposizione ha chiesto di ricontare i voti di diverse regioni, ma il Tribunale Elettorale si è rifiutato di farlo.  Viceversa, il governo ha risposto alla crescente domanda di trasparenza, e democrazia nel Paese, con lo “stato d’assedio”, il coprifuoco e la repressione violenta delle manifestazioni di piazza che, sino a questo momento, ha provocato 11 morti accertati, decine di feriti e centinaia di arresti. Cresce la repressione anche contro la stampa e i giornalisti non allineati. In linea con Washington, tace la missione dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) guidata dal golpista boliviano Jorge “Tuto” Quiroga. Da parte sua, la missione dell’Unione Europea ha chiesto di non dare altri risultati fino a ricontare tutti i voti alla presenza di tutti i partiti. 
                 
NO AL GOLPE ELETTORALE
IN HONDURAS !

NO ALLA DITTATURA !

RISPETTATE IL VOTO POPOLARE !

FUERA JOH !

BERTA VIVE !




venerdì 1 dicembre 2017

Il socialismo è possibile


Riappropriarsi delle analisi di Marx, Lenin, Gramsci per liberarsi dallo sfruttamento
Il mese di novembre si è caratterizzato per l'anniversario dei 100 anni della Rivoluzione russa, la prima che ha capovolto i rapporti di forza e dimostrato che il capitalismo si può abbattere e che il proletariato può prendere e gestire il potere senza sfruttamento. Una rivoluzione che ha contribuito a fare grandi passi avanti al movimento operaio in tutti i paesi del mondo, anche in quelli che del perché non staremo qui ad analizzare, non hanno fatto la rivoluzione.
Oggi, a distanza di 100 anni, il movimento operaio e la classe lavoratrice sono ritornati ad una moderna forma di schiavitù. Ricatti e repressione hanno instaurato sui luoghi di lavoro il terrore di perdere l'occupazione, l'enorme esercito dei disoccupati offre la propria manodopera al maggiore ribasso. L'esempio più eclatante è quello di Almaviva. Un anno fa 1600 lavoratori che non accettavano un'ulteriore riduzione del salario sono stati licenziati, il più grande licenziamento collettivo, insieme alla comunicazione della chiusura della sede di Roma. Falso. La sede di Roma non solo non è stata chiusa, ma ha sempre funzionato con lavoratori pagati con contratti Co.co.co. Di fronte alla recente decisione del Tribunale del lavoro del reintegro di 150 lavoratori la risposta è stata: fra 5 giorni assunti a Catania!
E poi ci sono le delocalizzazioni. Gli industriali prendono contributi dal governo - sempre solerto a sostenere questa categoria - e poi se ne vanno all'estero; le imprese straniere - tanto apprezzate dai nostri governi per gli "investimenti" in Italia - per poi finire come la Bonetti di Garbagnate acquistata dagli indiani che la chiudono, nonostante sia un polo di eccellenza per la produzione di qualità ed economicamente in attivo - comprano e spostano o chiudono, lasciando i lavoratori italiani sulla strada, altro che "prima gli italiani" famoso slogan di Lega e dei fascisti, rivolto contro gli immigrati ma mai contro le svendite delle industrie alle multinazionali!
È notizia di questi giorni l'ennesima delocalizzazione, quella della Honeywell da Lanciano (Abruzzo) alla Slovacchia (dove gli incentivi pubblici sono ancora più alti e dove maggiore è la possibilità di sfruttamento): altri 420 operai più 100 dell'indotto a casa.
I vari governi non si sono mai occupati di questo sistema di trasferimento persino di quelle imprese che avevano ricevuto sovvenzioni statali, ma è più grave il fatto che l'argomento non sia mai stato oggetto di lotta da parte dei sindacati. I confederali, ovviamente per la loro politica di sostegno ai governi e di non disturbo ai padroni, ma non c'è stata neppure opposizione da parte dei sindacati di base né un lavoro per il rafforzamento di una rete a livello internazionale che garantisse i lavoratori sottopagati di quei paesi a loro volta sfruttati e messi in condizione di concorrenza con gli italiani.
Ma i lavoratori chiusi nella difesa del proprio piccolo spazio, presi dalle difficoltà economiche della quotidianità, delusi e amareggiati non riescono ad aprire il loro orizzonte politico, ad avere la consapevolezza - tantomeno la coscienza - che si può lavorare e vivere senza padroni e che il loro sfruttamento mira solo ad aumentare i loro profitti. È la conseguenza di anni e anni di una politica opportunista e revisionista, e quindi devastante sotto tutti gli aspetti, portata avanti dalla cosiddetta sinistra.
Borghesia, revisionisti, opportunisti di ogni specie sono terrorizzati dall'opportunità che si ritorni agli anni in cui lo slogan dei lavoratori era "facciamo come in Russia". E insistono nelle provocazioni e nelle campagne per diffamare il socialismo ed equiparare il comunismo alle bestialità del fascismo e del nazismo, peraltro distrutti proprio dalle forze comuniste. A questo riguardo si distingue l'Unione europea che da anni, dal memorandum anticomunista del 2005 insiste con risoluzioni del Parlamento europeo - tra le quali quella denominata "Coscienza europea e totalitarismo" - sulle quali si sono mossi paesi come Ungheria, Lettonia, Polonia, Lituania, Estonia, Ucraina per imporre misure anticomuniste con persecuzioni, bandi sulle attività dei partiti comunisti, divieto dell'uso dei simboli, azioni penali e condanne.
In quest'area la Nato ha creato 8 eserciti e si rafforza in seguito alle pericolose decisioni del 27° Vertice di Varsavia dello scorso anno, richiedendo un ulteriore incremento della spesa, fino al 2% del Pil, a tutti gli Stati membri. Anche l'UE rafforza la sua militarizzazione, stabilisce l'Esercito Europeo, il Quartier Generale Europeo, Forze d'Emergenza, l'Unione della Difesa Europea e il Fondo Europeo per la difesa.
È la società fatta a misura per i capitalisti, gestita dai loro governi e leader attraverso misure antipopolari che hanno l'unico obiettivo quello di aumentare sempre più i propri profitti e per farlo calpestano qualsiasi diritto dei lavoratori, a partire da quello di sciopero, e non disdegnano di scatenare guerre imperialiste - i cui costi in continuo aumento (come il debito pubblico) sono scaricati sui lavoratori - per il controllo dei mercati, la rapina delle fonti energetiche e persino dell'acqua, delle rotte commerciali, di distruzione e impoverimento, imponenendo la dittatura della minoranza sulla maggioranza della popolazione. Un sistema economico-sociale che non è vincente.
Il movimento operaio deve collegare la sua lotta per la difesa del salario, dell'occupazione, della difesa dei diritti, con la lotta contro il capitalismo, l'imperialismo e i suoi piani di guerra.  Sono lontani i tempi in cui gli operai studiavano i testi classici di Marx, Lenin, Gramsci, eppure è doveroso riappropriarsene perché oggi, sebbene a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del "Capitale", l'analisi di Marx che ha scritto per rafforzare la lotta politica della classe operaia e per il socialismo è pienamente attuale. È un'arma per conoscere la teoria del valore, del lavoro salariato, del plusvalore - e quindi dello sfruttamento -, l'organizzazione, il partito comunista e per potersi proiettare nella lotta di classe fino al rovesciamento del capitalismo.
Non si cambiano le condizioni aspettando l'arrivo di nuovi investitori, né facendosi attirare dalle promesse elettoraliste di partiti vecchi o "nuovi", e neppure credendo che nuove leggi elettorali garantiscano la "stabilità" per lo sviluppo. Nessun rinnovamento programmatico è in grado di eliminare le sofferenze della classe lavoratrice e delle masse popolari nell'ambito del capitalismo. Rimangono sempre la barbarie e la distruzione.

Tratto da




mercoledì 8 novembre 2017

Memorie del socialismo - "CICLISTI ROSSI"

Nell’estate del 1912  già giravano nelle campagne romagnole, pedalavano per affermare la lotta di classe e sostenere gli scioperi dei contadini. Il partito socialista li guardava dubbioso, quei "ciclisti rossi", che si unirono in federazione l'anno dopo, mentre quello dopo ancora si misero a usare il nuovo pneumatico "Carlo Marx”.

  
                                   Ciclisti rossi       
                                      
La bicicletta è stata spesso considerata un mezzo di trasporto "sospetto", o addirittura sovversivo, ed è stata a lungo oggetto di divieti. In effetti questo veicolo, inventato nel 1817 e, nella versione attuale nel 1884, era all'inizio un mezzo di trasporto chic, costoso, e quindi elitario, riservato all'alta borghesia, che lo usava come svago.
          
                                   I primi ciclisti

In Italia i primi velocipedi si videro nel 1860, condotti da stravaganti nobili ed alto borghesi che suscitavano la curiosità e la paura dei passanti (Fontana).
Il velocipede non era accessibile alle classi subalterne, che non avevano tempo da dedicare ai divertimenti, senza contare che il prezzo d'acquisto di una bicicletta 
Adler, Neumann, Swift (la preferita di Italo Svevo) o Prinetti Stucchi era pari ad un anno di salario di un operaio, e che inoltre si doveva pagare una tassa di circolazione, per ottenere il rilascio di un bollo fissato al telaio da un anello metallico, la cui mancanza generava sanzioni (Lombroso). Nel 1905 la tassa era di 10 lire per una bicicletta singola e di 15 lire per un tandem, equivalenti al bollo attuale per una auto di media cilindrata (Fontana).
Le forze politiche popolari e rivoluzionarie erano all'inizio fortemente ostili a questo veicolo, e ancora di più allo 
sport ciclistico. Il 23 giugno 1894 lo scrittore Alfredo Oriani, autore tra l'altro del libro "Bicicletta" del 1902 e di "Sul pedale" un'opera sulla bicicletta (link), prese parte a Faenza ad una manifestazione di protesta contro l'ordinanza del sindaco, del 6 giugno, che proibiva ai "velocipedisti" di entrare in città in bicicletta. I settanta ciclisti furono accolti dai faentini con grida ostili e fischi e poterono lasciare la città solo in tarda serata, scortati dai cavalleggeri (Dirani).
L'8 novembre 1894 nacque a Milano il Touring Club Ciclistico Italiano, che dal 1900 si chiamerà in Touring Club Italiano, nato per tutelare i ciclisti non tesserati in alcuna società sportiva. Pur essendo apolitico per statuto, sosteneva rivendicazioni territoriali nazionalistiche, con "trasferte patriottiche" in zone di cultura italiana, ma appartenenti ad altri Stati, come Nizza, la Savoia, il Canton Ticino, il Trentino, l'Alto Adige, il Carso e Trieste (Sbetti).
In quegli anni una guida turistica del Touring club consigliava ai ciclisti di non passare in Emilia Romagna, in particolare per Imola (Bologna) e Faenza (Ravenna), per non essere oggetto di atti di teppismo, essendo il ciclismo considerato un'attività borghese, e quindi ostile alla classe operaia (Fontana). Un volantino dei primi anni '10 del Novecento, firmato «I giovani Socialisti, Mazziniani e Anarchici», intitolato: «Deplorate lo sport!» lamentava «il miserabile spettacolo d'incoscienza e di sperpero di energie che offrono tutti quei giovani ciclisti al Giro d'Italia» (il 
primo Giro si era svolto nel 1909), definendolo uno dei tanti «tranelli che l'attuale sistema di governo plutocratico e borghese, ha teso alla inconsapevole dabbenaggine delle moltitudini»La chiusa del volantino era «Abbasso lo sport!»(Dirani).
Il Partito Socialista Italiano restò a lungo ancorato alla convinzione che lo sport fosse una riproduzione in miniatura dei meccanismi della guerra capitalistica, funzionale a speculazioni industriali o nazionaliste e persino dannoso per il corpo. Questa posizione, che probabilmente risentiva delle radici agrarie del PSI, portò Benito Mussolini, allora direttore dell'"Avanti!" addirittura a dichiarare, il 1 dicembre 1912, di voler cospargere di chiodi la via Emilia al passaggio dei corridori del Giro d'Italia (Sbetti).

Inizio dell'uso politico della bicicletta

La situazione cambiò quando la bicicletta divenne un mezzo di trasporto accessibile a tutti, grazie alla riduzione del prezzo dovuta alla crescente diffusione ed al progresso tecnologico. Si passò, per una bicicletta Bianchi, da un costo di oltre 300 giornate di lavoro di un operaio, a 100 giornate. Si aprì quindi un dibattito nei partiti e nelle organizzazioni operaie, tra favorevoli e contrari alla pratica sportiva. La sezione socialista di Imola nel maggio 1904 promosse una società ricreativa nella convinzione che "non è monopolio delle classi borghesi il saper vivere fraternamente la vita collettiva dei circoli e dei ritrovi" (Ridolfi).
Lo sport era anche promosso come strumento di lotta contro l'alcolismo, flagello delle classi lavoratrici. Il 31 agosto 1910 il giornale "Sempre Avanti!" pubblicava un articolo del suo direttore Francesco Paoloni, che sottolineava come l'alcolismo abbrutisca e renda insensibili ad ogni incitamento ideale, mentre«ogni abbrutito di meno, potrà essere domani un milite di più nell'esercito combattente del proletariato» (Giuntini).
Molti rivoluzionari rifiutavano il ciclismo come sport e la bicicletta come strumento di svago, ma la accettavano come simbolo di modernità e come strumento di lotta, ottima non solo per raggiungere il posto di lavoro, ma anche per tenere i collegamenti tra le fabbriche occupate, per avvisare gli operai dell'arrivo delle forze dell'ordine, per diffondere la stampa rivoluzionaria, per raggiungere ed organizzare i lavoratori nei centri più isolati e nelle campagne, e consentire loro di partecipare alle manifestazioni nelle città. Questo carattere "sovversivo" della bicicletta spinse anche le autorità ecclesiastiche a guardarla con sospetto e addirittura a proibirne l'uso ai sacerdoti (Izagirre).
Nell’estate del 1894, l’Associazione milanese di ciclisti socialisti aveva per scopo la propaganda delle idee socialiste e partecipava alle corse ciclistiche per fare propaganda elettorale in favore di 
Leonida Bissolati. Sempre a Milano, nel 1896, i gruppi “Pro Ideale” e “So-cialisti” nel quinto collegio elettorale di Milano facevano propaganda per Filippo Turati (Senatori, 2011). Nel 1898, in occasione dei moti popolari di Milano contro la fame, il famigerato generale Bava Beccaris con un bando aveva proibito la circolazione di «biciclette, tricicli e tandem» per evitare che diventassero un mezzo di comunicazione prezioso tra gli insorti.
Altri gruppi attivi erano la sezione ciclistica “Forza e Costanza” delle cooperative di Brescia, e il “Club Ciclistico Avanti” a Roma (Senatori, 2011),
Nel 1900 il criminologo 
Cesare Lombroso (1835-1909) concludeva un suo articolo con un paragrafo sui vantaggi del ciclismo per il benessere e della civiltà: «diminuì l’isolamento dei piccoli centri, mise la campagna a pochi minuti di distanza dalle abitazioni e dalle capitali, fu alleato nelle votazioni ai partiti politici più evoluti e che perciò sanno servirsi dei mezzi più moderni di lotta». Inoltre Lombroso lodava i benefici della bicicletta per la salute mentale, e concludeva con una frase che oggi appare decisamente ottimista: «il cicloanthropos del secolo ventesimo soffrirà meno di nervi, sarà più robusto di muscoli dell’uomo del secolo ora trascorso».
Nello stesso articolo, però, Lombroso metteva in guardia contro «la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come stromento del crimine», e citava una lunga casistica di crimini commessi per procurarsi i soldi necessari a comprarsi una bicicletta e diventare campioni di ciclismo o per rivenderla, oppure di uso della bicicletta per fuggire rapidamente dopo una rapina.

I primi ciclisti rossi

Nel nuovo secolo l'uso politico organizzato della bicicletta ebbe un forte sviluppo in Emilia e in Romagna, dove i repubblicani, i quali, all'epoca e fino al secondo dopoguerra, erano una forza politica radicale e anticlericale, il 26 luglio del 1903 organizzarono a Cervia il primo convegno ciclistico regionale, con partecipazione di delegati delle Marche, per sottolineare l'importanza della bicicletta per la diffusione delle idee rivoluzionarie di 
Giuseppe Mazzini. Nel 1905 a Reggio Emilia nacque il primo gruppo di Ciclisti rossi, di portata però solo locale (Goretti).
Il 10 aprile 1906 a Carpi, in provincia di Modena, nacque l'Unione Sportiva Socialista, aperta agli iscritti al Partito Socialista in possesso di una bicicletta, con lo scopo di «giovare al Partito Socialista nelle lotte elettorali, di organizzare gite di propaganda e piacere, cortei socialisti ecc.». Nel maggio 1906 i componenti dell'Unione organizzarono un convegno contro la tassazione eccessiva sulle biciclette, e il 3 giugno 1907 si tenne a Carpi un raduno di quasi cinquecento ciclisti venuti da Reggio Emilia e Correggio (Giuntini).
A Reggio Emilia i Ciclisti Rossi contavano quattromila associati, divisi in squadre per ogni frazione di comune, e contraddistinti da un berretto rosso; duemila di loro parteciparono in corteo alla festa del 1° Maggio 1906; due giorni prima, domenica 29 aprile, c'era stato un raduno preparatorio, che era anche una manifestazione di protesta contro la tassa di circolazione sulle biciclette. Il ruolo dei ciclisti era anche quello di fornire un servizio d'ordine con rapidità di movimento per le manifestazioni e i cortei. Nel giugno 1910 i Ciclisti Rossi diedero vita ad un concorso ciclistico floreale. Si organizzarono numerose gite nella provincia e alla testa delle squadre si trovava sempre la fanfara del «Veloce Club». La presenza dei ciclisti al corteo del 1° maggio diventò consuetudine, non solo a Reggio Emilia, ma anche in provincia, come a Correggio, 
Guastalla, Scandiano, Cavriago e Casoni (Fincardi, 2012b). In Romagna era viva la competizione dei ciclisti rossi con le squadre ciclistiche di repubblicani e cattolici (Ridolfi).

I Ciclisti rossi negli anni '10

La costituzione di una organizzazione nazionale dei “Ciclisti Rossi” fu sostenuta da 
Giovanni Germanetto e Mario Montagnana, poi esponenti del Partito Comunista d’Italia. Il 16 giugno 1912 ad Imola, il Congresso Socialista Regionale, vide la nascita dei «Ciclisti Rossi», una società sportiva che però aveva scopi decisamente politici, piuttosto che sportivi. Quel giorno settanta ciclisti provenienti da Forlì con una fascia rossa al braccio raggiunsero il congresso accolti da applausi (Giannantoni e Paolucci). Il settimanale "La Lotta", organo della Federazione collegiale socialista imolese, nel numero dello stesso giorno spiega: «Durante i periodi occasionali di lotta, (elezioni, agitazioni, scioperi etc.) i Ciclisti rossi daranno modo ai nostri comitati di poter disporre di mezzi sicuri e celeri per comunicazioni e corrispondenze, non solo, ma forniranno ad essi un personale già disposto e preparato a viaggiare attraverso il Comune ed il Collegio, con sufficiente conoscenza di luoghi, di persone, eccNelle grandi dimostrazioni, infine, la Squadra dei ciclisti rossi che se lo spirito e l'entusiasmo di tutti i compagni aiuterà, andrà sempre aumentando di numero, completerà degnamente i nostri cortei, coadiuvando efficacemente la loro organizzazione e conferendo ad essi ordine e imponenza maggiore» (Fontana).
Domenica 22 settembre 1912, sempre ad Imola, in concomitanza del Congresso nazionale giovanile socialista, che si svolgeva a Bologna da venerdì 20, si svolse il 1° Convegno Nazionale dei Ciclisti Rossi (Zanelli), al quale parteciparono 700 ciclisti rossi provenienti da varie regioni, soprattutto del nord Italia, mentre 
Arturo Vella e Amedeo Bordiga tennero un comizio (Fincardi, 2012b). I partecipanti giunsero da Bologna con treno speciale, fecero tappa al Piratello per rendere omaggio alla tomba di Andrea Costa. Nato nel 1851 a Imola, Andrea Costa fu uno dei fondatori del socialismo in Italia e primo deputato socialista italiano, ed era morto, sempre a Imola, pochi anni prima, il 19 gennaio 1910. I partecipanti al congresso si trovarono poi alle scuole Carducci, sfilarono per le vie di Imola, furono ricevuti in municipio, e visitarono le istituzioni operaie e socialiste della città. Secondo lo spirito del raduno "le biciclette rosse vogliono servire il nostro ideale, sostenere, collegare, mantenere sempre affiatato il nostro movimento, le nostre genti di ogni contrada" (Zanelli). Su "La lotta" un anonimo redattore manifestava contrarietà per la passione per la bicicletta: "non da ieri abbiamo elevato vigorosa protesta contro l'ossessione sportiva, che da qualche tempo ha invaso la nostra gioventù operaia, distogliendola dalle sue occupazioni della mente e della lotta diuturna contro il privilegio" e ancora "la nostra è soprattutto una civiltà spirituale. L'educazione fisica non deve venire a detrimento dell'educazione intellettuale" (Zanelli).
A Reggio Emilia il 1° maggio del 1913 i Ciclisti rossi, dopo la sfilata in città al mattino, si recano nel pomeriggio a Cavriago, per partecipare al boicottaggio della celebrazione delle associazioni cattoliche. Lo stesso accadrà il 1° maggio dell'anno seguente, a Quattro Castella (Fincardi, 2012b).
Nello stesso 1913 la rivista lughese «La Fiamma Socialista» in occasione dei festeggiamenti del 1° maggio scriveva: «Tutti i ciclisti rossi di Lavezzola, Conselice, S. Patrizio, Massalombarda, Giovecca, S. Bernardino, S.M. in Fabriago e S. Lorenzo si recheranno a S. Agata sul Santerno dove i ciclisti rossi di Villa S. Martino e quelli di Lugo saranno ad incontrarli per recarsi tutti uniti prima alla Casa degli organizzatori rossi di Lugo, poscia al Monumento di Andrea Costa, a deporvi i fiori del ricordo e della promessa».
La terza parata è organizzata il 22 giugno 1913, come secondo Convegno nazionale dei gruppi ciclistici socialisti. A causa di temporali scroscianti varie delegazioni di ciclisti, tra cui quelle di Torino, Venezia, Reggio e Lugo, devono rinunciare alla pedalata, mentre gli imolesi e le delegazioni riuscite ad arrivare sguazzando nel fango, riescono ugualmente a dettare le norme del loro circuito organizzativo.
Imola vide, il 10 agosto 1913, la fondazione della Federazione nazionale dei ciclisti rossi, con più di mille iscritti e sede in via Appia, 7. Il 17 agosto 1913, il quarto raduno, presentato come il primo Convegno nazionale che costituiva ufficialmente la Federazione dei Ciclisti rossi, con la cittadina romagnola tappezzata di manifesti e striscioni e bandiere rosse esposte. Partecipano un migliaio di ciclisti, con delegazioni, anche da diversi centri della Romagna e dell’Emilia. Il locale settimanale socialista descrive la riunione come «magnifica, imponente ed entusiastica». Il giornale della FIGS «L’Avanguardia» può ormai presentare la lotta di classe marciante sulle due ruote: «Le biciclette rosse sono e saranno le avanscoperte della nostra propaganda e del nostro movimento, i tramiti veloci per cui le nostre genti di ogni contrada e di ogni paese resteranno sempre affidate e collegate, sia in tempo di pace come in tempo di guerra».
Alla fondazione della Federazione nazionale, i Ciclisti rossi erano diffusi soprattutto in Emilia, in Romagna, a Milano e Torino, ma nuclei importanti esistevano a Pesaro, Firenze, Sesto Fiorentino, Terni, Portici, Castellamare di Stabia e Sparanise, oltre che a Città di Castello (vedi 
link), Reggio Emilia, Imola e Cesena, dove le squadre esistevano già da qualche anno (Fincardi, 2012b).
Sempre Imola, il 24 agosto 1913 ospitò il primo Congresso Nazionale dei Ciclisti Rossi, che approvò uno statuto secondo il quale in periodi speciali (elezioni, agitazioni, scioperi), i ciclisti rossi dovevano assicurare comunicazioni e corrispondenza rapidi. Lo statuto proseguiva definendo i ciclisti rossi come l'avanguardia della propaganda e del movimento socialista, e il mezzo tramite il quale gli affiliati di tutte le contrade possono restare in contatto, sia in tempo di pace, sia in guerra. La bicicletta è definita "veicolo del popolo" al servizio della lotta di classe, e il ciclismo agonistico è denigrato, definendo lo sport come un problema gravissimo, che storna l'attenzione degli operai e in particolare dei giovani, distraendoli dallo studio dei problemi sociali e li allontana dalle associazioni politiche. Venivano poi condannati quei giovani più ansiosi di leggere 
La Gazzetta dello Sport che l'Avanti!, e preoccupati solo di fare l'amore e correre in bicicletta (Izagirre).
Ad Imola la Camera del Lavoro forniva servizi per i ciclisti rossi,
pubblicando sul suo settimanale "La Lotta" annunci di questo tenore. «Compagni! Vi occorrono coperture e camere d'aria per biciclette e volete spendere poco? Rivolgetevi presso la Camera del Lavoro a v. Gamberini. Merce regolare a prezzi imbattibili».


Programma dei Ciclisti rossi

Nel documento costitutivo del nuovo movimento sportivo popolare, redatto dall'ideologo dei Ciclisti rossi, Antonio Lorenzini, e riportato in un dattiloscritto inedito “Storia del ciclismo UISP” di Sergio Giuntini (l'
UISP è l'Unione Italiana Sport Popolari), si legge: «I Ciclisti Rossi sono coloro i quali, pure potendo e sapendo andare in bicicletta di questo esercizio, o magari di questa specie di passione, non fanno né un fine né una idealità. Il fine dei Ciclisti Rossi è la propaganda: il loro mezzo è lo sport della bicicletta, se così vuolsi chiamare, contenuto entro limiti umani e dignitosi! I nostri ciclisti non comprendono e non vogliono che l’educazione fisica vada a detrimento dell’educazione intellettuale e morale propria od altrui.
Epperò dello sport della bicicletta – e magari, domani di altri sport – essi fanno puramente e semplicemente una consuetudine igienica, un passatempo e un mezzo adeguato e proporzionato per difendere e propagandare dappertutto le loro idealità civili, morali, politiche. I Ciclisti Rossi organizzano ogni tanto una gita in questa od in quella località del Comune, del Collegio, della Provincia, o magari oltre i confini della stessa Provincia, nella Regione, portando ivi opuscoli, giornali e la eco delle prime discussioni di propaganda minuta.
Durante i periodi eccezionali di lotta (agitazioni, elezioni, scioperi, convegni, congressi, ecc.), i Ciclisti Rossi daranno modo così ai comitati dirigenti od organizzatori di poter disporre di mezzi sicuri e celeri per comunicazioni e corrispondenza, non solo, ma forniranno ad essi un personale già disposto e preparato a viaggiare attraverso il Comune, il Collegio o la Provincia con sufficiente allenamento e conoscenza dei luoghi, delle persone, dei recapiti.
Nelle più importanti manifestazioni la squadra dei Ciclisti Rossi completerà degnamente i nostri cortei, coadiuvando efficacemente la loro organizzazione, e
conferendo ad essi – senza preoccupazioni reclamistiche – ordine e imponenza maggiori. Questi sono gli scopi e gli intenti che hanno fatto sorgere le organizzazioni dei Ciclisti Rossi le quali anziché servire … agli interessi di ditte e società affaristiche, con l’esprimere dal loro seno gli eroi del pedale dalla lingua penzoloni, intendono, con la ginnastica e l’educazione del loro corpo, servire una idea che vale più di tutte le Coppe e di tutti i Gran Prix dei grandi patriarchi e benefattori dello sport … del far quattrini. Le biciclette rosse – ove ce lo consentono i difensori zelanti della educazione muscolare per la gloria e la potenza maggiore delle borse capitalistiche – sono e saranno le avanscoperte della nostra propaganda e del nostro movimento: i tramiti veloci per cui le nostre genti di ogni contrada e di ogni paese resteranno sempre affiatate e collegate, sia in tempo di pace come in tempo … di guerra
» (Senatori, 2014).

Crescita dei Ciclisti rossi

Anche nel 1914, in occasione della «Settimana rossa», tra il 7 ed il 14 giugno, la bicicletta diede prova della sua utilità, per la raccolta e diffusione di notizie, visto l'isolamento dovuto al sabotaggio di cavi telefonici e telegrafici e delle ferrovie. Nell'occasione, lo scrittore fascista forlivese Antonio Beltramelli vide nell'uso della bicicletta per organizzare l'occupazione operaia delle città come un nuovo mezzo d’assedio della “città” da parte della “campagna” (Baroncini). Sui giornali socialisti si trovavano le pubblicità dei pneumatici «Carlo Marx», propagandati come il «pneumatico dei socialisti italiani» e del «Ciclo Avanti! », il cui marchio risulta registrato il 18 settembre 1913 dalla ditta Alcyon Officine, fratelli Ceserani di Caravaggio (Bergamo), probabilmente gli stessi ad aver pubblicato, nello stesso anno, il libro di Antonio Lorenzini.
Per rinforzare lo spirito di appartenenza e raccogliere simpatizzanti, la FNCR organizzò una 
serie di gite di propaganda in bicicletta: la prima si tenne l'8 aprile 1917, il giorno di Pasqua, con partenza alle 13:00 dal Ponte Santo, sul Santerno, all'epoca chiamato Ponte Rosso dai socialisti imolesi. Di questa gita esiste un filmato, che è stato pubblicata nel 2010 in DVD da Bacchilega di Imola, con regia di Fausto Pullano e musica di Roberto Bartoli. Contiene la versione restaurata e con commento sonoro di due filmati del 1910 e del 1913, conservati presso il CIDRA (Centro Imolese di Documentazione sulla Resistenza Antifascista e storia contemporanea) di Imola.
La seconda pedalata ebbe luogo tre domeniche dopo, il 29 aprile, con partenza alle 13:00 dallo stesso ponte e arrivo dopo circa 20 km a San Patrizio, frazione del comune di Conselice, in provincia di Ravenna, dove si tenne una riunione pubblica con votazione finale di un ordine del giorno. Il 13 maggio i ciclisti rossi imolesi, insieme a quelli di Lugo, si trovarono a Mordano, in provincia di Bologna, per il 1° convegno bicollegiale, e il 20 maggio organizzarono una gita di propaganda a Sesto Imolese. L'ultima pedalata di propaganda del 1917 fu domenica 19 agosto a Osteriola, dove i ciclisti rossi imolesi si radunano anche il 21 luglio 1918 per un convegno collegiale.
L'ultimo superstite dei ciclisti rossi imolesi è stato Ottavio Zanelli (
link), nato a Ravenna il 26 settembre 1904 e morto il 6 aprile 2006 all'età di 101 anni, dopo una lunga attività politica, dal congresso di Livorno del 1921 che vide la fondazione del Partito Comunista d'Italia, alla detenzione per l'opposizione al regime fascista, alla Resistenza, fino all'attività politica nel dopoguerra (Giannantoni e Paolucci).


I Ciclisti rossi negli anni '20

Il ruolo dei ciclisti negli anni '20 fu importante nelle lo
tte operaie del primo dopoguerra, per l'occupazione e contro il fascismo. Durante gli scioperi i ciclisti rossi aiutavano a costituire rapidamente dei picchetti contro i crumiri, infatti durante lo sciopero agrario dell’agosto 1920, il prefetto di Reggio Emilia proibì l’uso della bicicletta in tutta la provincia. Nel 1921 una squadra di Ciclisti rossi reggiani scortò da Reggio a Cavriago le salme di due lavoratori assassinati dai fascisti il 1° maggio (Fincardi, 2012b), e a Piombino (Livorno) il 3 agosto 1921, un reparto di Arditi del Popolo ciclisti aprì il corteo funebre che accompagnava la salma dell'operaio Giuseppe Morelli, un Ardito del Popolo ucciso dalle forze dell'ordine. Il quotidiano comunista L'Ordine Nuovo del 24 luglio 1921 riporta i fatti di Cingia de' Botti (Cremona) , dove il 17 luglio seicento Ciclisti rossi sfilarono per le vie cittadine, militarmente inquadrati, per raggiungere la sede
del fascio e farsi consegnare il gagliardetto (Francescangeli). Nel veneziano, a Cavarzere, il numeroso gruppo di Arditi del Popolo, circa duecento, sparso tra le varie frazioni del comune, si tiene in contatto grazie a staffette ciclistiche. A Trieste gli Arditi rossi, nati prima ancora degli Arditi del Popolo, erano organizzati in dodici squadre, delle quali una femminile ed una di ciclisti. I Ciclisti rossi erano diffusi in Polesine, nel Cremonese e in Venezia Giulia (Francescangeli). A Roma gli Arditi ciclisti curavano i collegamenti tra centro ed unità periferiche degli Arditi del Popolo e furono particolarmente attivi nella difesa di San Lorenzo ed altri quartieri popolari dalle aggressioni dei fascisti, venuti per prendere parte al congresso di fondazione del partito fascista, dal 7 all'11 novembre 1921, riuscendo anche a spostare rapidamente gli uomini da un quartiere all'altro, a seconda delle necessità create dagli attacchi dei fascisti (Gentili).
Il campione ciclista Ottavio Bottecchia
, vincitore di due Tour de France, in uno dei quali indossò la maglia gialla dalla prima all'ultima tappa, svolse attività antifascista e per questo fu assassinato nel 1927.


Cicliste rosse (e non)

La bicicletta divenne anche uno strumento di emancipazione femminile, grazie soprattutto ad alcune pioniere che sfidarono il disprezzo e gli insulti dei benpensanti. «I moralisti furono scandalizzati dall'effetto che questi veicoli anarchici avevano sulla morale pubblica, soprattutto sulle donne, che pedalavano allegramente, e a gettavano via il corsetto, indossando indumenti più pratici, compresi i pantaloni. Nel frattempo gli scienziati ammonivano gravemente che la pura velocità, e la posizione audacemente a cavalcioni del sellino, avrebbero stimolato le donne più di quanto erano capaci di resistere e le avrebbero ridotte all'infertilità, all'isteria, o peggio, rendendole creature licenziose e sfrenate» (Blom).
Una spinta decisiva fu data dalle prime cicliste che parteciparono a gare, come la modenese 
Alfonsina Morini Strada (1891-1959), che partecipò a due edizioni del Giro di Lombardia, arrivando al traguardo, mentre metà dei partenti si erano ritirati, e al Giro d'Italia del 1924, dove arrivò fuori tempo massimo in una delle ultime tappe, ma poté partecipare fino alla fine, senza che i suoi tempi fossero registrati. Alfonsina Morini partecipò anche ad altre edizioni del Giro e vinse 36 corse, battendo avversari maschi (Izagirre).

Ciclisti rossi in Europa

Anche in altri paesi europei nacquero organizzazioni sportive proletarie, in Germania, ad esempio, nel 1893 nacquero il Club Ciclistico Solidale dei Lavoratori, accanto ad analoghe associazioni di ginnasti, nuotatori, velisti e praticanti dell'atletica leggera. Nel febbraio 1894 a Birmingham, in Inghilterra fu fondato il Socialists' Cycling Club, che poi prese il nome di Clarion Cycling Club, dal settimanale socialista The Clarion. Nel 1895 nacque poi il British Workers' Cycling Club (Wheeler).
Nel 1896 nacque, sempre in Germania, l'Associazione dei Ciclisti Rossi (
ARS: Arbeiter-Radfahrerbund Solidarität Associazione ciclistica dei lavoratori) oggiRad- und Kraftfahrerbund Solidarität, nel 1912 aveva 150mila aderenti e nel 1929 ne aveva 320mila, ed era la più grande organizzazione ciclistica mondiale, gestiva anche una fabbrica cooperativa di biciclette, ed organizzava manifestazioni sportive propagandistiche. All'epoca della prima guerra mondiale le associazioni sportive proletarie contavano oltre 350mila membri.
Il 23 giugno 1921 a Mosca nacque l'Internazionale Rossa dello Sport, con rappresentanti di Germania, Francia, Italia, Ungheria, Cecoslovacchia, Svezia e Paesi Bassi, che rappresentava l'ala rivoluzionaria del movimento sportivo, in contrapposizione con la 
Socialist Workers' Sport International (Lucerne Sport International), fondata nel 1920 a Lucerna, in Svizzera, di ispirazione riformista (Gounot).

                                            
    
I ciclisti e la Resistenza 

Durante la Resistenza, come anticipato, la bicicletta fu usata come mezzo per collegare le bande partigiane, ma anche per compiere azioni di guerra, per sfuggire alla polizia dopo i comizi volanti improvvisati nelle città, e per consegnare armi, viveri e materiale propagandistico. In questo si distinsero molte partigiane, che rischiarono (e spesso persero) la vita per consegnare in bicicletta messaggi, cibo e armi alle bande di ribelli annidati sulle montagne (vedi le foto della riga qui sopra, clicca per ingrandirle).
Il partigiano Renato Romagnoli ("Italiano") nel suo libro del 1974 «Gappista. Dodici mesi nella Settima Gap "Gianni"» (edito da Vangelista), citato da Giannantoni e Paolucci, racconta: «Ben presto ogni bicicletta diventa un incubo per i nazifascisti, in ogni ciclista si vede un ribelle pronto a sparare sull'occupante, a colpire i suoi servi in camicia nera; le cronache del tempo sono piene di proclami e di bandi sugli usi consentiti e su quelli vietati del popolare mezzo di locomozione, nessun fascista o tedesco, se non in gruppo, avrà mai il coraggio di fermare un uomo in bicicletta (e quando i nemici fanno gruppo sono visibili da notevole distanza per cui diventa facile agire per evitarli). Bandi e proclami rimangono senza efficacia». 

Di conseguenza, i fascisti in varie località vietarono l'uso della bicicletta (vedi il bando di Carpi e quello di Bologna). Lo stesso libro di "Italiano" cita alcuni passi di un bando apparso a Bologna il 26 aprile 1944: «A decorrere dal giorno 26 aprile 1944 è fatto divieto assoluto di circolare con le biciclette, anche portate a mano, entro il perimetro della città di Bologna delimitato dai viali (...) Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo di divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di una speciale dichiarazione della ditta presso cui lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto».
Un bando simile, con minaccia di esecuzione sommaria in caso di violazione, è citato da "Italiano" a proposito di Ravenna. A Milano e Torino lo stesso divieto ebbe vita breve, dato che la bicicletta era

l'unico mezzo con il quale gli operai potevano raggiungere le fabbriche, che erano fondamentali per sostenere lo sforzo bellico nazifascista.
A Milano la bicicletta fu fondamentale per l'attuazione di molte azioni di guerra partigiana, e si distinse in particolare Giovanni Pesce, con nomi di battaglia "Ivaldi" e "Visone", che mise a segno diversi attentati contro i fascisti, grazie a questo mezzo. Pesce spiegò «Era come l'aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente. Senza la bicicletta non sarebbe stato pensabile compiere le azioni che ho portato a termine». Il 24 aprile 1945 l'ordine di insurrezione generale fu trasmesso da staffette in bicicletta (Giannantoni e Paolucci).
A Roma, nei nove mesi dell'occupazione nazifascista, la bicicletta fu usata per compiere almeno due importanti attentati, il 18 dicembre 1943 da parte di 
Rosario Bentivegna davanti al cinema Barberini, nell'omonima piazza, per colpire i partecipanti ad una proiezione riservata ai soldati nazisti, e il 26 dicembre 1943 davanti al corpo di guardia del carcere di Regina Coeli, da parte di Mario Fiorentini (Portelli). Gli attentati provocarono il divieto di circolare in bicicletta per la città, che fu però aggirato aggiungendo una terza ruota al mezzo, trasformandolo in un triciclo.
Il grande campione ciclista fiorentino 
Gino Bartali (1914-2000), sfruttando la sua popolarità come campione sportivo, usò la sua bicicletta per nascondere nei tubi del telaio, nel manubrio e nel sellino documenti falsi, che recapitava a cittadini ebrei, nascosti in un convento di frati Oblati a Lucca (a circa 90 km da Firenze) e ad Assisi (160 km, dove si recò 40 volte), consentendo loro di risultare "ariani" e salvandone così 4.000 dallo sterminio (Sbetti; Stevenson). Bartali camuffava le sue consegne come allenamenti per tenersi in forma, nonostante la sospensione dell'attività agonistica (il Giro d'Italia era sospeso dal 1941), e quando veniva fermato per controlli, chiedeva di non toccare la bici per non alterarne la perfetta messa a punto (Stevenson). La polizia fascista spiava il campione, ma non riusciva a rendersi conto del perché compisse allenamenti così lunghi. Inoltre Bartali nascose in una cantina della sua casa di Firenze la famiglia ebrea Goldenberg, fino alla liberazione della città, nell'agosto del 1944 (Coen; Stevenson). Per questo Bartali, dopo la sua morte, fu insignito dall'Italia della medaglia d'oro postuma al valor civile, e da Israele del titolo di "Giusto tra le Nazioni" e il suo nome è stato iscritto nel giardino dello Yad Vashem. L'attività di Bartali era conosciuta solo dai suoi familiari e da chi aveva collaborato con lui, e fu resa nota solo dopo la sua morte, dato che Gino non riteneva fosse il caso di prendersene il merito: al figlio Andrea spiegava "Uno lo fa e basta" (Stevenson).
Il campione varesino 
Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d'Italia nel 1909, era invece diventato un fabbricante di biciclette, e nel 1944 donò dieci delle sue biciclette alla 121a Brigata Garibaldi "Walter Marcobi" (Giannantoni e Paolucci). Furono partigiani anche Alfredo Martini (1921-2014) corridore ciclista e poi per 22 anni commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo, Luciano Pezzi, ciclista e poi direttore tecnico di molti campioni, tra i quali Felice Gimondi, e molti altri atleti professionisti.



In anni più recenti la bicicletta ha ripreso il suo ruolo di staffetta operaia tra fabbriche in lotta contro i licenziamenti o la chiusura. Nel 2009, in occasione del Giro d'Italia, operai cassintegrati e precari veneti e toscani hanno compiuto un Giro parallelo tra fabbriche presidiate dagli operai (Satta, 2009). Nel 2013 i socialisti romagnoli hanno dato vita ad una 
commemorazione dei ciclisti rossi, in occasione del centenario della nascita del movimento.
Il 25 aprile 2015, per celebrare il 70° anniversario della Liberazione e il ruolo dei Gruppi di difesa della donna nella Resistenza, l'
UDI (Unione Donne in Italia) di Modena, in collaborazione con FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta), ha organizzato un giro in bicicletta nei luoghi della città più significativi per la storia politica dell'epoca.
Le edizioni ZeroLire di Forlì pubblicano 
on-line
 diverse opere sulla bicicletta e sulla sua vita sociale.

Bibliografia:
BARONCINI Enrico (2012) “Pedalanti eserciti”. La bicicletta nella “settimana rossa” romagnola. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 105-117.
BLOM Philipp (2012) The Vertigo Years: Change and Culture in the West, 1900-1914, Weidenfeld & Nicolson, London.
CARNERO Roberto (2003) Anno 1900: Oriani e l'arte della bici. L'Unità, 22 aprile 2003, pag. 16.
COEN Leonardo (2013) Bartali, cuore di campione così salvava gli ebrei. Repubblica Firenze, cronaca, 23 settembre 2013 
link
DIRANI Ennio (1993) Cicloturismo romagnolo: 1894-1994 : per i cento anni della bicicletta di Oriani. A. Longo, Ravenna. Dal sito: Edizioni ZeroLire 
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FINCARDI Marco (2012a) Il movimento dopo il lavoro. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 5-14.
FINCARDI Marco (2012b) Ciclisti della Camera del Lavoro nel 1° maggio reggiano (1902-1922) In: Fincardi, 2012 (a cura di): 189-210.
FINCARDI Marco (a cura di) (2012) Lo sport e il movimento operaio e socialista. L'Almanacco, Felina (RE), n. 59, giugno 2012: 5-14. 
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FRANCESCANGELI Eros (2000) Arditi del Popolo. Odradek, Roma.
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GIUNTNI Sergio (2012) “La Patria” socialista: una società ginnastica carpigiana dall’Ottocento al Fascismo. In: Fincardi, 2012 (a cura di): 119-136. 
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GORETTI Leo (2012) “Sacrifici, sacrifici e ancora sacrifici” Sport, ideologia e virilità sulla stampa comunista (1945-1956 In: Fincardi, 2012 (a cura di): 161-187.
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Siti web visitati:
ANPI Mirano 
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Ciclo Imprese Estreme - Romagna - Bicicletta & Politica, 2 maggio 2014 
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Comune di Imola, Biblioteca Comunale di Imola. Pedalata dei ciclisti rossi a favore della propaganda socialista. 
link
Federazione Giovanile Comunisti Italiani - Sezione "John Reed" Imola 
link
Formazioni di difesa proletaria, Wikipedia 
link
I ciclisti rossi 
link
Museum der Arbeit - Das Fahrrad 
link
Partito Socialista Italiano di Ravenna e della Romagna 
link
Storia e Memoria di Bologna - Ottavio Zanelli 
link
UDI - Io vado ... come una staffetta 
link
                                                                                                                          


Ringraziamo cortesemente Andrea Gaddini ,autore di questa importante pubblicazione per averci autorizzato a diffonderla,  sappiamo che strada facendo continuerà ad aggiornarla .

Il link del testo originale con foto storiche lo trovate cliccando : 





Nota aggiuntiva di Resistencia Siempre :

Negli  ultimi  5 anni tra le numerose iniziative antagoniste internazionaliste realizzate in Alta Maremma Toscana  ne troviamo due ciclistiche (a loro modo per le tematiche antimperialiste e pacifiste che trattavano, anche se si vive in tempi diversi e con stili di vita diversi,potrebbero essere considerate rosse: la prima si svolse  in territorio cubano nel novembre 2012 in collaborazione con le autorità dell’isola, si trattava di un percorso a 6 tappe, che, partì dalla casa dei Cinque di Maria Orquidea a Cienfuegos e arrivò a Holguin in occasione dei lavori dell’ VIII colloquio mondiale contro il terrorismo e per la libertà per 5 Eroi cubani, allora rinchiusi ingiustamente da anni nelle carceri dell’impero USA ( furono liberati da Obama il 17 dicembre 2014 ), la seconda fu nell'ottobre - Novembre 2015, l'iniziativa si chiamò da "Camp Derby a Guantanamo chiudere tutte le basi militari ), il tour partì’ dalla base militare USA di Camp Derby - Pisa, e in 3 tappe  arrivò a Roma al Pantheon, dove ad attendere il gruppo di ciclisti era stato ben organizzato un sit in pacifista, … successivamente da Roma parte dei ciclisti volò per  Cuba, dove l’ICAP (istituto cubano di amicizia tra i popoli) aveva preparato le basi per il “El recorrido” interno, che prese il via  dal mausoleo del Comandante Ernesto Che Guevara a Santa Clara, la partenza con staffetta della polizia, TV nazionale e stampa avvenne solo dopo aver  deposto una corona di fiori ,scritto un pensiero comune e firmato uno per uno nel libro d'onore del CHE.  … In 6 tappe i ciclisti arrivarono a Guantanamo dove furono accolti calorosamente da delegati di tutto il Mondo presenti alla manifestazione internazionale pacifista dedicata alla chiusura delle basi militari straniere, a Guantanamo come nel resto del pianeta l'organizzazione era del MOVPAZ ( movimento mondiale per la pace che era rappresentato dalla presidentessa in persona).
In basso ci sono link inerenti alle iniziative ciclistiche antagoniste citate del 2012 e 2015, che spiegano chi organizzò e chi aderì a tali manifestazioni.